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Divenire

Rassegna di studi interdisciplinari sulla tecnica e sul postumano

LA RIVISTA

Presentazione

Divenire è il titolo di una serie di volumi incentrati sull'interazione tra lo sviluppo vertiginoso della tecnica e l'evoluzione biologica dell'uomo e delle altre specie, ovvero votati allo studio dei rapporti tra la tecnosfera e la biosfera. Gli autori, provenienti da diverse aree disciplinari e orientamenti ideologici, sviluppano la propria analisi con occhio attento al probabile esito finale di queste mutazioni casuali o pianificate: il postumano. Sono dunque studi che sul piano temporale spaziano nel presente, nel passato e nel futuro, mentre sul piano della prospettiva disciplinare sono aperti a idee e metodi provenienti da diverse aree di ricerca, che vanno dalle scienze sociali alle scienze naturali, dalla filosofia all'ingegneria, dal diritto alla critica letteraria.

Ogni volume ha quattro sezioni. In Attualità compaiono studi attinenti a problematiche metatecniche del presente. Genealogia è dedicata a studi storici sui precursori delle attuali tendenze transumanistiche, futuristiche, prometeiche — dunque al passato della metatecnica. In Futurologia trovano spazio esplorazioni ipotetiche del futuro, da parte di futurologi e scrittori di fantascienza. Libreria è dedicata ad analisi critiche di libri su tecnoscienza, postumano, transumanesimo.
I volumi pubblicati finora (ora tutti leggibili in questo sito):

  1. D1. Bioetica e tecnica
  2. D2. Transumanismo e società
  3. D3. Speciale futurismo
  4. D4. Il superamento dell'umanismo
  5. D5. Intelligenza artificiale e robotica

Divenire 5 (2012) è interamente dedicato all'Intelligenza Artificiale (IA).

Intelligenze artificiose (Stefano Vaj) sostiene che il tema dell'automa (esecuzione di programmi antropomorfi o zoomorfi su piattaforma diversa da un cervello biologico) resta tuttora circondato da un vasto alone di misticismo: quando non viene negata in linea di principio la fattibilità dell'IA, ne viene esagerata escatologicamente la portata. (english version)

La maschera dell'intelligenza artificiale (Salvatore Rampone) indaga gli equivoci concettuali sottostanti alla domanda se una macchina abbia intelligenza o possa pensare e spiega perché l'IA debba nascondersi sotto la maschera del Soft computing.

Il problema filosofico dell'IA forte e le prospettive future (Domenico Dodaro) Analizza il tema della coscienza  semantica mettendo in luce i suoi  aspetti corporei e considera la possibilità di implementarli in sistemi artificiali. Sono valutati sia i limiti tecnologici e computazionali della riproduzione artificiale della coscienza (intesa come una facoltà del vivente) sia i programmi di ricerca più fecondi al fine di arginarli.

Cervelli artificiali? (Emanuele Ratti) espone il progetto di ricerca forse più ardito nel campo dell'IA che emula funzioni e organi biologici: il cervello artificiale di Hugo de Garis, introducendo concetti chiave di questo settore disciplinare come rete neurale e algoritmo genetico.

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Presentazione

Automi e lavoratori. Per una sociologia dell'intelligenza artificiale (Riccardo Campa) sposta l'attenzione sull'impatto economico e sociale della computerizzazione e della robotizzazione. Quali effetti sull'occupazione e quali correttivi per massimizzare i benefici e minimizzare gli effetti indesiderati? Proiettando il tema nel futuro, vengono analizzati i possibili scenari, in dipendenza di diverse politiche (o non-politiche) dello sviluppo tecnologico.

Il nostro cervello cinese (Danilo Campanella) riporta l'origine dei calcolatori moderni all'antica Cina. Utilizzando matematica, teologia e misticismo, i cinesi elaborarono i primi rudimenti del linguaggio binario, poi rubato dagli occidentali.

Alan Turing: uno spirito transumanista (Domenico Dodaro) Sono esposte le ragioni per cui Turing può essere definito un pensatore transumanista. Il matematico inglese è in genere descritto solo come padre dell'IA tradizionalmente intesa. L'analisi dell'autore dimostra invece la sua vicinanza ai temi delle "nuove scienze cognitive" e della computazione complessa (o ipercomputazione).

Passato, presente e futuro dell'Intelligenza Artificiale (Bruno Lenzi). L'articolo mostra, su un arco temporale molto ampio, fallimenti, riuscite, pericoli e scoperte delle scienze cognitive, sottolineando che l'IA non è questione solo tecnico-scientifica, racchiude germogli e frutti maturi in ogni area del sapere, e potrebbe essere molto diversa dall'intelligenza umana.

Post-embodied AI (Ben Goertzel). L'autore, uno dei principali sostenitori dell'AI forte, analizza la questione filosofica dell'embodiment: una intelligenza artificiale forte (capace di risolvere problemi in domini nuovi, di comunicare spontaneamente, di elaborare strategie nuove) deve necessariamente avere un body?

Nanotecnologia: dalla materia alle macchine pensanti (Ugo Spezza) spiega questo ramo della scienza applicata che progetta nanomacchine e nanomateriali in molteplici settori di ricerca: biologia molecolare, chimica, meccanica, elettronica ed informatica. L'articolo presenta le applicazioni già esistenti e le fantastiche potenzialità progettuali, dai nanobot per il settore medico ai neuroni artificiali.

Verso l'Intelligenza artificiale generale (Gabriele Rossi) introduce la Matematica dei Modelli di Riferimento degli iLabs ed esplora i potenziali vantaggi di questa prospettiva alla luce di alcune questioni teoriche di fondo che pervadono tutta la storia della disciplina.

Ich bin ein Singularitarian (Giuseppe Vatinno) è una recensione di La singolarità è vicina di Ray Kurzweil.

NUMERI DELLA RIVISTA

Divenire 1. Bioetica e tecnica

INTRODUZIONE

ATTUALITÀ

GENEALOGIA

FUTUROLOGIA

LIBRERIA

Divenire 2. Transumanismo e società

INTRODUZIONE

ATTUALITÀ

GENEALOGIA

FUTUROLOGIA

LIBRERIA

Divenire 3. Speciale futurismo

INTRODUZIONE

ATTUALITÀ

GENEALOGIA

FUTUROLOGIA

LIBRERIA

Divenire 4. Il superamento dell'umanismo

INTRODUZIONE

ATTUALITÀ

GENEALOGIA

FUTUROLOGIA

LIBRERIA

Divenire 5. Intelligenza artificiale e robotica

INTRODUZIONE

ATTUALITÀ

GENEALOGIA

FUTUROLOGIA

LIBRERIA

RICERCHE

1

2

3

4

CHI SIAMO

Comitato scientifico

Riccardo Campa
Docente di metodologia delle scienze sociali all'Università Jagiellonica di Cracovia
Patrizia Cioffi
Docente di neurochirurgia all'Università di Firenze
Amara Graps
Ricercatrice di astronomia all'Istituto di Fisica dello Spazio Interplanetario
James Hughes
Docente di sociologia medica al Trinity College del Connecticut
Giuseppe Lucchini
Docente di statistica medica all'Università di Brescia
Alberto Masala
Ricercatore di filosofia all'Università La Sorbonne (Paris IV)
Giulio Prisco
Vice-presidente della World Transhumanist Association
Salvatore Rampone
Docente di Sistemi di elaborazione delle informazioni all'Università degli studi del Sannio
Stefan Lorenz Sorgner
Docente di filosofia all'Università di Erfurt
Stefano Sutti
Docente di diritto delle nuove tecnologie all'Università di Padova
Natasha Vita-More
Fondatrice e direttrice del Transhumanist Arts & Culture H+ Labs

Ait

L'AIT (Associazione Italiana Transumanisti) è un'organizzazione senza scopo di lucro con la missione di promuovere, in ambito culturale, sociale e politico, le tecnologie di potenziamento dell'essere umano.

Fondata nel 2004, è stata formalizzata mediante atto pubblico nel 2006 ed ha avviato le pratiche per ottenere il riconoscimento.

Sede legale AIT: via Montenapoleone 8, 20121 Milano

Sito internet AIT: www.transumanisti.it (>)

Pubblica questa rivista: Divenire. Rassegna di studi interdisciplinari sulla tecnica e il postumano

Curatore: Riccardo Campa

Segretaria di redazione: Nicoletta Barbaglia

Art director: Emmanuele Pilia (>)

Gruppo di Divenire su Facebook: (>)

Contatti

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Marinetti e il Duemila

Autore: Roberto Guerra

da: Divenire 3, Futurologia () | pdf | stampa

Marinetti futurologo

«Bisogna introdurre le sensazioni del dominio della macchina, i grandi brividi che agitano le folle, le nuove correnti d’idee e le grandi scoperte della scienza, che hanno completamente trasformato la nostra sensibilità e la nostra mentalità di uomini e italiani del ventesimo secolo» (F. T. Marinetti).

Dove la futurologia è arte del futuro – secondo Robert Jungk, Bertrand de Jouvenel e Isaac Asimov – il Futurismo di Filippo Tommaso Marinetti, protagonista nel primo novecento, è previsione artistica non ancora sufficientemente decifrata, ancora creativa e vitale. Mentre all’estero e negli Stati Uniti in particolare, capitale del Futurismo, Marinetti è considerato un precursore del duemila, la “filosofia” futurista è tutt’oggi incompresa in Italia, al di là di certo nuovo interesse storico-artistico, dalla fine del secondo novecento non più messo in discussione come accaduto all’indomani della seconda guerra mondiale, per sgradevoli equivoci politici. Comunque, Martinetti e i futuristi – fin dal Manifesto del 1909, pubblicato sul quotidiano parigino Le Figaro, in prima pagina – ebbero un’eccezionale sensibilità e coraggio futuribili previsionali nell’intuire e scoprire una nuova dimensione estetica e culturale, soltanto nell’odierna era del computer e della realtà virtuale comprensibile e trasparente nelle sue possibilità postumaniste.

Le stesse scienze sociali contemporanee non sono per niente immuni dall’archetipo marinettiano: futuristi si chiamano i futurologi d’oltreoceano, rivela nei suoi scritti Alvin Toffler. E quel che affascina, dall’arte alla scienza, i veri eretici del 2000, evoca lo spirito futurista, inebriato di creatività e amore dell’avvenire immediato, libertà presentista. Più scientificamente, se le opere e i manifesti sono il trend o il Leitmotiv che ispira la più innovativa arte contemporanea (fino alla computer art), i manifesti stessi furono sempre “brevettati” da Marinetti, lo stile mai solo artistico, volo dal futuro, invece, in molti campi della vita moderna.

Le anticipazioni di Marinetti in ambito artistico, sociale e scientifico sono a volte sorprendenti, previsioni verificate: cibernetica, informatica, intelligenza artificiale, realtà virtuale e le scienze dei media in genere sono quasi DNA futurista. Per taluni passatisti contemporanei, l’odierno mondo computer riflette gli incubi di Frankenstein e il Big Brother orwelliano, ma Marinetti, cibernauta ante litteram e postumanista d’avanguardia, immaginava una società tecnologica (che nel 2000 chiamiamo postmoderna o computerizzata) ricca di creatività, anima e rivoluzione. Definirlo, al contrario, scienziato folle, pioniere incosciente dell’alienazione moderna, come errò lo stesso pur nobile Erich Fromm, è sintomo d’inquisizione o oscurantismo culturale, la solita solfa passatista e veteroumanista.

Certi eccessi politici e no di Marinetti verificano, invece, ed esaltano il carattere del vero artista; i suoi sguardi e neuroni diversi, garanzia di essere tale, domandano pensieri e occhi in sintonia con le vette contemporanee della bellezza e della verità, della rivoluzione, circuiti ancora fatali per certi intellettuali primitivi: in Italia, gli eredi conformisti dei vari Croce, Gramsci e Argan! In ultima intuizione, quando il fatidico anno 2000, conferma nelle sue cose belle e nobili le previsioni marinettiane; quando l’obiettivo desiderato dell’umanesimo stesso... è un mondo nuovo, planetario, postindustriale, ecologico, spaziale, digitale, postumano, il “vangelo meccanico” di Marinetti è un sorprendente bacillo felice ibernato, da rianimare ad uso e consumo dei figli del computer del 2000! E non nei musei o nei cimiteri della criptica d’arte, ma come bellezza e verità (Anima) del nuovo Uomo elettronico, dalla scienza all’arte, nell’odierna vita quotidiana possibile, futuribile.

Un’altra ecologia, paradossale, finalmente basata sullo spirito e sull’immaginazione della scienza, anziché la volgarità, l’ipocrisia e l’ottusità mentale di certi pseudoumanisti, falsi custodi della civiltà, invece suoi sacerdoti suicidali. Marinetti futurista, futurologo, cibernauta, infonauta, internauta: il Futurismo, come sempre, in stato di guerra-arte totale contro il Passato, gli umani senza qualità, quantità e futuro!

Futurismo e arte contemporanea

«Il dramma moderno deve riflettere qualche parte del gran sogno futurista che sorge dalla nostra vita odierna, esasperata dalle velocità terrestri e l’elettricità» (F. T. Marinetti).

Sorvolando semplicemente l’arte dal secondo dopoguerra ad oggi è persino superficiale constatare dov’è finito il futurismo: le espressioni artistiche più importanti e universali evocano l’impronta futurista, naturalmente sviluppata con esiti autonomi, ma interconnessi. Il motivo è presto detto: il futurismo fu una novità radicale rispetto alla Tradizione non solo artistica, funge perciò da anno zero e archetipo moderno con cui l’arte post-futurista inevitabilmente, consapevolmente o meno, si trova in certo modo a fare i conti. La parola chiave è proprio l’estetica della macchina futurista: tutt’oggi viviamo in una cultura tecnologica o della macchina da cui – inquinamento o meno – è impensabile uscire senza regressioni, devoluzioni sociali.

Altra cosa, ovviamente, è una cultura tecnologica o cibernetica ottimale per gli umani, al di là delle insidiose e note contraddizioni industriali stesse. Comunque, in quanto arte della macchina e del futuro (come già detto), il futurismo è nato come arte d’anticipazione del futuro possibile e desiderabile, non certo alienante. Nello specifico artistico andiamo ora a ritroso, partendo da questo inizio duemila per riscoprire il “big-bang”, la matrice “originaria” futurista.

A parte la Video e/o Computer Art tutt’oggi in definizione (e imprevedibile sperimentazione) sottolineiamo nel cinema 2001:Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick, Blade Runner di Ridley Scott, lo stesso Steven Spielberg di Incontri ravvicinati, o Roger Rabbit di Robert Zemakis, fino a Matrix dei fratelli Wachowski. Ebbene questi film (a titolo puramente indicativo) non sono solo grandi o piccoli capolavori postmoderni, simboli universali dell’era elettronica (a volte il pubblico è più evoluto dei critici): o meglio, lo sono proprio in quanto Arte non particolare e morbosamente soggettiva, ma globale, testimonianze dell’odierno mondo computer, trasfigurato nelle sue speranze, inquietudini e ironie del nuovo simbolismo artistico del cinema. Ora, possiamo anche già parlare nella fattispecie di estetica del computer attraverso il Cinema: ma il demone odierno del computer, di Hal 9000 in Kubrick, l’alieno in Spielberg, il replicante “biblico” in Scott, Cartoonia (strana utopia artificiale) in Zemakis, la vita virtuale della Matrice, pur con giochi combinatori e differenze oggettive è lo stesso, in certa misura, di quello della macchina di Marinetti e i futuristi.

Non si deve dimenticare che si tratta sempre di Arte, che, industria culturale o avanguardia, pulsione o informazione o spirito, il demone e l’obiettivo da Marinetti a Spielberg erano e sono l’invenzione della bellezza quale simbolo universale (o globale) degli umani nell’era delle macchine. A questo punto, se sottolineiamo Kubrick e Scott (ecc.) quali esempi di cinema perlomeno futuribile, incontriamo ben presto etichette interconnesse quali postmoderno o iperrealismo. E Baudrillard o Lyotard – tra altri – ci invitano, sembra, neppure a un’altra fase storica degli umani, persino a un’altra cosa, visto che proclamerebbero la fine della Storia (e dell’Uomo o l’Utopia) così come la conosciamo.

La questione invero è più complessa (come approfondiremo altrove): ma ora, utopia o simulacro, resta comunque e semmai più accentuato nei postmoderni o iperrealisti “ortodossi” il “sogno” della macchina quale stella polare del “reale”. E tra quella futurista luminosa e invece quella postmoderna invisibile o riprodotta in laboratorio, possiamo osservare quasi come crocevia perfetto gran parte dell’arte più significativa dal 1945 agli anni’70, prima della “frattura postmoderna”. Ci riferiamo alla Pop Art di Andy Warhol, erede indiretta del futurismo “pubblicitario” (Marinetti, Depero, Balla... manifesti/spot, cartelloni, gilet, ecc.); la cosiddetta Poesia Totale (da Adriano Spatola... e dopo il paroliberismo); l’Arte Programmata (anche dalla sensibilità matematica futurista); la Musica Elettronica (il suono robotizzato dopo il rumore degli stessi Russolo e Pratella).

Una selezione “postfuturistica” qua puramente indicativa, primi doni (con McLuhan) della cibernetica o l’informatica al mondo dell’arte. I rapporti tra futurismo e le altre avanguardie storiche sono straordinariamente paradossali: da un lato l’archetipo caldo futurista fatalmente presente e spesso riconosciuto dagli artisti e i critici; dall’altro un reale e legittimo orgoglio di differenza con risultati anche apparentemente superiori sul piano – ancora si dice – psicologico e qualitativo. Ma a livello d’anticipazione dell’Arte e del Mondo, ancora una volta osservando da cosa “dipende” e soprattutto di che è fatto il mondo oggi, quasi una seconda pelle (telematica e automazione, mass media elettronici, macchine ovunque, dibattiti sul futuro “fatale”... telefonini e Internet) l’idea futurista appare certo più vera di quella surrealista o espressionista.

Comunque è più “scientifico” in effetti constatare idee (archetipi, paradigmi, vettori) d’arte tutt’oggi interconnesse e aperte, in un tourbillon che dà ragione non soltanto a iperrealisti, postmoderni, minimali, poeti visivi (ecc.), ma almeno nella stessa misura anche a coloro che con piena realtà si richiamano ancora al futurismo o – ad esempio – l’espressionismo. Non è del resto possibile rimuovere dalla rete informatica che attraversa gli umani giorno e notte negli anni 2000 informazioni quali il sogno, l’espressione e soprattutto la macchina, il futuro. Il linguaggio, per quanto giustamente aperto, frammentario e indeterminato, è ancora rivelatore, specchio della mente collettiva e individuale: oggi i sogni e le espressioni umane, ma pure i segni o i simulacri trovano comunque verifica nell’incontro con il Futuro sempre più oggi – o la Macchina, così come nell’odierna cosiddetta nuova era delle macchine (elettroniche) l’Uomo non può prescindere dalla Scienza, nemmeno l’Artista.

Certa nuova cultura scientifica sempre più nascente, possibile e desiderabile (assai diversa da certe visioni comuni e strumentali alla Tradizione) riscopre “naturalmente” tra i suoi folli artisti precursori proprio quelli futuristi. La stessa cosiddetta idolatria futurista della macchina (invece il porre la tecnologia e la scienza al centro della condizione umana, con un’esuberanza sconosciuta prima e spesso reinventata nell’arte dopo) può oggi rivelarsi come un sublime positivo ante litteram, da dove viene l’opera d’arte come scienza, un ultra coraggioso realismo estetico non riduttivo, bensì dominato dalla Bellezza. Nello specifico critico futurista vanno più o meno in questa direzione “attualistica” (al di là dei punti di vista soggettivi) i vari Benedetto, De Maria, Crispolti, Verdone, Pinottini, Salaris, Agnese, Grisi (ecc.).

E il nostro vuol essere un contributo postmoderno non per inventare un altro futurismo ma reinventarlo che è – speriamo – l’equazione “scientifica” pertinente per riaffermare la continuità, ma in quella dis-continuità che la variabile post-moderna altrettanto “scientificamente” suggerisce. E il nuovo software futuribile danza certamente tra i manifesti rivoluzionari e le opere futuriste; tra Marinetti (il genio dell’arte contemporanea ancora misconosciuto), Majakovskij e Fritz Lang (Metropolis), Charlie Chaplin (Tempi Moderni), Robert Wayne (Il Dottor Caligari), poi le avanguardie “postatomiche” da Hiroshima al secondo novecento; tra spazio/nucleari, artisti pop, musicisti ingegneri (Varese, Stockausen, Berio), pittori matematici, poeti totali (come già accennato), finanche il cinema “postmoderno” dei vari Wenders o Tarkovskij (oltre Kubrick, Spielberg, Scott, ecc.); tra il cosiddetto tecnopop (dal minimal di Glass e Nyman al pop dei Beatles, Bowie e Kraftwerk), tra – infine – postmoderni, iperrealisti, ciber-punks, video, computer art, ecc.). In breve, in questa “parziale” e variopinta volta “azzurra” dell’arte contemporanea (che viene anche dai “calcoli” spregiudicati degli architetti moderni – Gropius e la Bauhaus – e postmoderni) vi è un filo di metallo nobile ancora da forgiare, una città a-spaziale da eseguire per la Bellezza “positiva” e scientifica del terzo millennio.

In Italia, dopo il rogo futurista degli anni post bellici, perlomeno certa tensione futuribile trova eco anche nei “teorici” delle avanguardie più recenti: Renato Barilli, Adriano Spatola, Lamberto Pignotti, Gillo Dorfles, Lea Vergine, Bruno Munari, Achille Bonito Oliva, Francesca Alinovi, lo stesso Vittorio Sgarbi; gli stessi Franco Rella, Umberto Eco a livello più “filosofico”. Ad essi vanno assolutamente aggiunti critici dell’area postfuturista che coraggiosamente hanno liberato il futurismo dalle sciocchezze del secondo dopoguerra: i vari Apollonio, Benedetto, De Maria, Crispolti, Tallarico, Grisi, Curi, Bertoni, Agnese, Salaris, Zoccoli, Scardino (ed il sottoscritto), eccetera. Ebbene, questa nuova riflessione sulle macchine e il futuro – che ci piace chiamare (con De Maria) “rinascenza futurista” – è attraversata parallelamente dagli “scienziati” di cui prima e quelli “futuristi”, tra i vagiti stessi già maturi delle nuove avanguardie, i sussulti “internazionali” già eretici dei vari Moles e McLuhan, oggi Baudrillard, tra teoria e arte dell’informazione... per non parlare di tutta la scienza contemporanea, da sempre basata sugli archetipi della macchina e del futuro, non caso per molte avanguardie artistiche autentica e rivoluzionaria musa!

Vi è infine un’altra costellazione artistica – questa volta letteraria – dove il futurismo come attualità incontra un micidiale telescopio: la FantaScienza, oggi positivamente di moda con le tendenze cyberpunks. Questa letteratura (forse l’ultima...) tutt’oggi considerata da taluni “minore” è forse invece il contesto più fertile per l’immaginario cibernetico del nostro tempo; un reperto sicuramente di straordinario interesse archeologico (industriale) per ipotetici scienziati alieni osservatori degli Umani: così come sono e saranno nel XXI secolo! E nella fantascienza ad esempio di Asimov, Wells, Bradbury, Clarke, Lem, Gibson (ecc.) la profonda rivoluzione linguistica (e nei contenuti) inaugurata dal futurismo, la scienza-tecnologia e il futuro quale nuovo alfabeto, incontra ora come una Torre di Babele paradossale e immaginativa (il reale nel sogno), un’invenzione neolinguistica stessa fanta-scientifica persino “permanente”.

Nuove parole e nuovi simboli centrali (certa perdita del centro di gravità non può fare a meno di inediti e dinamici equilibri, in questo senso l’al di là del tempo e dello spazio futurista), universali: questa è l’invenzione più radicale scoperta dal futurismo, esperimento ripetuto e verificato nonché rielaborato a livello strettamente artistico (e “neurochirurgico” per i riflessi psicosociali) che taglia letteralmente l’arte contemporanea. Marinetti – con uno slogan – il Darwin dell’arte contemporanea; il futurismo i darwinisti, oggi neodarwinisti al passo con le altre invenzioni evolutive dell’arte contemporanea.

Futurismo ed ecologia

«La Terra rimpicciolita dalla velocità. Nuovo senso del mondo. Mi spiego. Gli uomini conquistarono successivamente il senso della casa, il senso del quartiere in cui abitavano, il senso della città, il senso della zona geografica, il senso del continente. Oggi posseggono il senso del mondo; hanno mediocremente bisogno di sapere ciò che facevano i loro avi, ma bisogno di sapere ciò che fanno i loro contemporanei di ogni parte del mondo. Conseguente necessità, per l’individuo di comunicare con tutti i popoli della Terra. Conseguente bisogno di sentirsi centro, giudice e motore dell’infinito esplorato e inesplorato. Ingigantimento del senso umano e urgente necessità di fissare ad ogni istante i nostri rapporti con l’umanità» (F. T. Marinetti).

L’ecologia a prima vista sembra tirare acqua al mulino di quegli spaventapasseri che giurano sulla morte del futurismo, magari anche della scienza e del progresso. In Italia al di là della questione reale e semidrammatica è di moda speculare sul Terzo Mondo degli altri per nascondere il quasi Terzo Mondo già oggi per l’Italia stessa, salvo per così dire un nuovo benefico cataclisma per dinosauri non solo politici... Comunque, l’ecologia scientifica (possibile) non ha molto da spartire con le mode contingenti: dove queste ultime appaiono sempre più ricettacolo di ex-comunisti in crisi d’identità (quelli ancora nostalgici del 68/77 o altri anacronismi) l’ecologia come scienza si differenzia in quanto scienza particolare tra le altre, anche interconnessa con la cibernetica o l’analisi dei sistemi, i paradigmi scientifici in generale.

In Italia a livello serio e non “psicopolitico” abbiamo scienziati e divulgatori come Roberto Vacca, Piero Angela, Antonino Zichichi, Carlo Rubbia, Giorgio Celli, lo stesso Enrico Mattioli (parzialmente) e altri… un’altra ecologia. Oppure, uno dei padri dell’ecologia, Gregory Bateson (pur anche apocalittico) privilegiava un approccio interdisciplinare (scientifico), tra ecologia, antropologia, cibernetica e psichiatria, modello riferimento non necessariamente “specialistico” da cui dipende il futuro della nuova utopia verde. Si può immaginare – anche perché già esistente a livello culturale – un’ecologia futuribile come progetto di scienza, progressista in senso “informatico”, anziché “reazionaria”, fondamentalista o veteromarxiana, paranoide come tutti i fenomeni religiosi incapaci di reinventarsi.

Infatti, anziché un imprinting per così dire scientifico e trasversale molti verdi non vanno oltre volantini deja vu: vi è più amore per gli usignoli che per gli umani, ignoranza e follia in certi profeti vegetali! Un’altra ecologia invece intrisa di futuro e conoscenza scientifica paradossalmente (ma in apparenza) sottolinea ulteriormente il futurismo non quale utopia sconfitta di ieri, bensì realtà del 2000. Lo stesso Bateson – precursore di certo neoumanesimo scientifico contemporaneo – lascia anche pagine d’arte assai suggestive, la dimensione estetica quale ottima terapia o ecologia mentale (sociale) rispetto alle deformazioni del mondo industriale.

Abbiamo già evidenziato tra gli obiettivi futuristi non la distruzione ma l’invenzione di una nuova bellezza. Ora aggiungiamo che se il mondo futuristico e tecnologico di oggi coincide con certa “previsione” futurista va da sé che Marinetti e complici immaginavano scenari sì industriali, ma assai più creativi, senza inquinamenti o stress (ecc.). Nulla poteva essere più distante dal nuovo ossigeno futurista di certa primordiale anidride carbonica purtroppo presente nell’aria del duemila!

Basta scorrere i Manifesti per smentire certa pretesa macchina alienan-te futurista: più verosimilmente Marinetti oggi – accanto a scienziati ed ecologi – saprebbe volentieri cosa farne di certi fossili politici o intellettuali gregari! Anzi, in controluce proprio il sogno d’arte futurista rivela anche in questo campo supposto delicato – l’ecologia – ben più di un’astratta analogia positiva... L’analisi artistica “assoluta” dell’era industriale permise ai futuristi anche in ambito ecologico le antenne per anticipare il futuro.

Un’ecologia evoluta e scientifica (come pocanzi accennato), anziché certa entropia apocalittica e terzomondista a tutti i costi (come vagheggiano molte cassandre) attraversa in breve l’avanguardia di Marinetti, ecodepuratore... macchina verde da ri-programmare. Ancora, il futurismo come ecologia artistica ci ammonisce oggi su certo deterioramento del dibattito ambientale, laddove l’ostilità verso la Scienza o le Macchine sono lapsus rivelatori sugli anacronismi verdi di cui -anche- prima. Appunto: l’ecologia (come intesa nella sua prassi politica dominante) è una prospettiva illusoria, passatista e pericolosa!

Animare la macchina, darle vita significa invece, come profetizzavano i futuristi, senza esorcizzare il futuro e l’istinto al progresso, suggerire scenari postindustriali evoluti, massimo godimento della Natura e della Tecnica, non opposte come delira certo primitivismo ecologico, ma paradosso ed effusione alla base della creatività umana globale, che differenzia noi umani moderni dalle illusioni del passato e – ad esempio – dai fiori, divinamente floreali e irrinuciabili, ma appunto non umani. Quando invece – riassumendo – non soltanto la sopravvivenza ma il godimento della natura reale non può prescindere dalla seduzione moderna della macchina, della scienza in ultima analisi.

Futurismo e femminismo

«Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria… In questo sforzo di liberazione, le suffragette sono le nostre migliori collaboratrici….» (F. T. Marinetti).

La questione “femminista” al pari di quella politica ha sollevato numerosi equivoci ancor oggi non dissipati (nonostante ad esempio i bei libri di Claudia Salaris). Eppure, una straordinaria Valentine de Saint Point, dichiaratamente futurista e amica di Marinetti, pubblicò a suo tempo manifesti tipo Elogio della Lussuria a dir poco indicativi e chiarificatori. Questa donna intellettuale e futurista inneggiò provocatoriamente e realisticamente alla massima libertà e sessualità femminile: lo stile, il linguaggio è tutt’oggi ben più persuasivo e seducente della generazione femminista che sarebbe venuta.

I futuristi – insomma – (e le futuriste) contrariamente a stereotipi e menzogne ideologiche, rifiutavano nettamente il femminismo come religione neo-matriarcale e bugiarda da un lato; dall’altro la donna passatista, bigotta o piccolo borghese, incapace di libertà e piacere sessuale. Amavano persino – i futuristi – la donna “amazzone” ma sensuale, forte e dinamica capace di combattere per la battaglia del futuro e il rinnovamento totale della vita quotidiana e i costumi, al passo (di corsa) con l’accelerazione e la velocità moderne: insomma i futuristi apprezzavano... le eroiche suffragette semmai ottocentesche o d’inizio novecento, ancora, un altro tipo di donna, di cui i futuristi furono sorprendentemente precursori, erroneamente accomunate alle femministe di Woodstock o altri “monasteri” degli anni ‘60/70.

Il futurismo, riguardo la questione femminile, decretò con grande lungimiranza la morte del femminismo e il trionfo della Donna! D’altra parte erano – i futuristi – artisti e poeti, individui e tipi umani in sé ben predisposti verso il femminile, ma quello appunto creativo, al di là di quell’artificio innato che caratterizza i poeti. Una “menzogna” se si vuole quella “estetica” che peraltro ad un certo livello della guerra dei sessi (non comune...) trae comunque vitalità dal conflitto e la differenza “anatomica”: diventando, per via squisitamente poetica, superiore verità e amore: Uomini speciali i futuristi, così la Donna, speciale!

Futurismo e futurologia

Tra i più noti e eretici futurologi, l’americano Alvin Toffler parla... scrive addirittura di futurismo sociale: in America, incarnazione nel male e nel bene del sogno futurista, i futurologi si chiamano anche futuristi. La connessione linguistica non è casuale: in quel mondo nuovo senza passato, tutto proteso al futuro, Marinetti è considerato un precursore rivoluzionario dell’uomo postmoderno; il futurismo stesso non è mai stato misconosciuto o rimosso come in Italia (vero Argan?), accreditato invece per quello che è. Non a caso gli scenari futuri di Toffler sono fortemente critici verso quel Passato che pure inquina l’America (i Padri sono europei): certa utopia futurista sociale, tecnoartistica, appare rielaborata nel futuro desiderabile previsto dallo stesso Toffler, sorprendente oracolo vendutissimo, ma fino a tempi recenti scambiato in Italia per uno scrittore di fantascienza!

Il destino è lo stesso della Futurologia, scienza ancor giovane – tra filosofia, mass mediologia e sociologia – nonostante scienziati sociali e immaginativi come appunto Toffler, Jungk, de Jouvenel, etc., in Italia lo stesso Vacca, S.Ceccato, E. Barbieri-Masini, Aurelio Peccei. In verità, con certo futuribile ormai fatalmente presente negli scenari politici, qualsiasi scenario sociale non può in certa misura non essere “futurologia”. Quest’ultima nella sua natura di per sé interdisciplinare (e in-disciplinata), dalla matematica all’arte attraversa e esplora particolarmente la tensione del futuro prossimo che viene dall’oggi, non disdegnando tra i suoi strumenti di previsione l’immaginazione artistica, in un approccio complessivo più sintetico che analitico.

La “buona” futurologia è certamente al passo con la complessità, la velocità, la simultaneità, il dinamismo “darwiniano”, la cosiddetta relatività dei tempi postmoderni. Fin da questi succinti appunti non è difficile cogliere, riconoscere proprio la Futurologia come – in certo senso – il futuro sociale più avanzato di certo futurismo sociale stesso, viceversa il futurismo quale futurologia utopica (o atopica...). Gli scienziati inferiscono dal movimento e il rumore dei fenomeni sociali i cosiddetti misteri del futuro suggerendo scenari desiderabili e ottimali per gli umani, con l’ausilio dei supercomputers, metodologie cibernetiche e/o logico-matematiche.

Pure, la previsione del futuro è sempre un volo immaginativo: gli artisti “futuribili” osservano lo stesso rumore e i fenomeni sociali, previsione artistica del futuro prossimo o lontano (ma sempre dal presente...). Laddove gli scienziati scoprono o inventano la verità, gli artisti inventano o sognano (o scoprono) il movimento della Bellezza, un’altra quantità, peraltro, in un effusione liminare arte/scienza dai confini infatti sempre più incerti, eccitanti e campo della ricerca futura. Un “futurologo” semiotico italiano, Renato Giovannoli, in Scienza della Fantascienza ci illustra brillantemente questa ormai netta interdipendenza tra fantasia e logica scientifica.

E il futuro – non dimentichiamolo – secondo McLuhan e Marinetti può essere anticipato dall’artista (antenna della specie umana!). L’avvenire, inoltre, è anche il Tempo della Scienza, che non cerca mai soluzioni definitive a differenza della Religione, bensì vere ma provvisorie. Il futuro è oggi forse il Tempo mentale più reale per gli umani, la cui eresia è il godimento del desiderio possibile, un piacere che necessariamente deve essere “calcolato”.

Macchina e Futuro, oggetti di “venerazione” moderna, per i Futuristi sono invenzioni mentali peculiari all’invenzione stessa scientifica, da cui è trasparente la profonda anticipazione di Marinetti e l’avanguardia futurista. Più automaticamente vicina al sogno... della sociologia, la futurologia non può esimersi da un certo ottimismo (nonostante le cassandre non manchino) laddove i futuristi colsero “parallelamente” con la giusta esuberanza dell’artista soltanto l’ebbrezza moderna, in quanto l’obiettivo era ed è scenari psicosociali desideranti e godibili, dall’entusiasmo anziché la sofferenza...

Futurismo ieri, futurologia oggi – e domani, tra la scienza e l’arte – ci annunciano la fine del passatismo mai definitivamente superato dagli umani nel secolo 20, nell’arte e nella politica, al passo con quella rivoluzione cerebrale inrinviabile di cui la Scienza è fin da oggi metalinguaggio o paradigma. Forse è all’orizzonte una nuova scienza di massa al quadrato, tra ragione e le ragioni del cuore, che certamente attingerà agli oracoli futuristi o futurologi, essi stessi in prima linea con le nuove generazioni per concretizzare la promessa moderna incompiuta.

Futurismo e genetica

«Vi è anche una specie di microbi necessaria alla vitalità dell’arte, questo prolungamento delle nostre vene, che si effonde, fuori dal corpo, nell’infinito dello spazio e del tempo» (F. T. Marinetti).

Dove affiora il Nuovo, nelle sue mutazioni ancora indivisibili, che pure i fiori futuristi catturano, strano polline misconosciuto e benefico? In certi giardini artificiali l’Es futurista, demone o angelo, attraversa profumi cinematografici ex-novo e spettacolari, sorta di clonazione artistica, anticipazioni dell’avvenire prossimo. E l’impollinazione riflette certo cinema d’avanguardia, cosiddetto di massa, ma l’energia è al quadrato... tra il bordo di Ridley Scott (Alien, Blade Runner), e quello di David Cronemberg (Videodrome, La mosca), lo stesso John Carpenter (1997: Fuga da New York e il remix de Il Villaggio dei Dannati).

Nello specifico, in questo cinema soft-tech, già immaginifico, è possibile osservare opere d’arte postmoderne, quasi giocattoli postfuturisti: anche dopo Depero, Marinetti e l’antitradizione futurista. Si invoca, infatti, un’altra età dellla macchina, postmoderna, dove la radice moderna non è estirpata, ma geneticamente arricchita, un’altra combinatoria naturale, al passo con l’attuale evoluzione ecoelettronica, scientifica in generale, della “meccanica umana”. Il segno del computer, che ancora domanda rugiade luminose e contemporanee, non solo acide, è il sogno marinettiano della macchina, nei suoi risvegli possibili e incompiuti.

Il Futurismo, quale viaggio interplanetario nel moderno black hole, ritorna come black white postmoderno: il micro-organismo futurista è oggi un microcomputer (o un bonsaj o un clone) innestato dopo l’invasione... nella pelle degli umani (o indossato), gli stessi fotogrammi già biogenetici del cinema di Scott e dello stesso Spielberg. Ora, replicanti ribelli più umani degli umani, bambole arificiali e jessicose più belle di quelle vere, fanciulli extraterrestri verdi progettano il volo futuribile più spregiudicato, come quello ultrafuturista avanti almeno cinquant'anni rispetto ai contemporanei attardati. Come i futuristi anticiparono la cibernetica dell’arte, così il nuovo cinema postfuturista è illuminato non solo dall’informatica e dall’ecologia, ma pure dalla biogenetica e dalla fotonica.

Attraverso favole scientifiche, dove l’immaginazione è più evoluta rispetto – ad esempio – Peter Pan, onirica e iperreale, il piacere e l’archetipo meno atomici e primordiali, un nuovo immaginario più futurista eccita gli umani a calcolare un Regno del Computer sorprendente. Un’altra infanzia umana, dopo la scienza o la macchina futurista, si comunica già i suoi vagiti digitali e futuribili, universali: Frankenstein, nell’irresistibile ambivalenza delle masse al quadrato o meno, è sempre in agguato, ma l’energia ultima, i banali lieto fine e in controluce di Alien, Guerre Stellari, Blade Runner e lo stesso sorprendente Nirvana dell’italiano Gabriele Salvatores... ci annunciano un altro Frankenstein. Laddove, poi, i Wachowsky con la serie Matrix hanno recentemente radicalizzato il nuovo cinema elettronico sollevando pure dubbi fantafilosofici inquietanti e conturbanti...

Giovani mutanti appunto felici!

Futurismo e informatica

«Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita» (F. T. Marinetti). Bill Gates è il genio prodigio della computer-era; Negroponte... il suo alter ego comunicatore. «I libri sono atomi inutili...la storia fa schifo», così afferma Negroponte nel suo sconcertante Essere digitali, oltre a celebrare l’inno di Internet e del Computer. Gli spot culturali di Negroponte fanno inorridire gli umanisti, ma probabilmente ha ragione l’ultrafuturista di turno, snobbato dagli Accademici esattamente come altri geni misconosciuti (o edulcorati) futuristi: Marinetti... McLuhan... Asimov... Dick... Toffler, oggi Negroponte e Bill Gates!

Da Marinetti a Bill Gates vi é un filo rivoluzionario: una rara consapevolezza o penetrazione del significato persino “metafisico” della Macchina, della tecnologia e della scienza. «Ricostruiamo futuristicamente l’universo» divinava Marinetti e... «Ricostruiamo con Internet il Mondo» pronostica ora Bill Gates! L’utopia futurista, oggi meno poetica e più produttiva, è finalmente possibile? Comunque, non a caso ieri Marinetti, più recentemente Toffler e McLuhan, oggi Negroponte e Bill Gates sono letteralmente odiati dai soliti intellettuali veteroumanisti, tutti tecnofobi, sia dai politici, quasi tutti parameci...

Se Marinetti e il futurismo sorprendono ancor oggi, per la potenza eretica e per la clamorosa anticipazione dell’attuale computermondo, Bill Gates – già nella storia – è il prototipo vivente del cybercapitalismo. Bill Gates è naturalmente odiato da certi filistei paladini del cuore dell’uomo e becchini, al contrario, della specie umana, perché con “Microsoft e Windows” è l’uomo elettronico di punta dell’informatica e forse il capitalista più ricco della Terra: motivazioni umaniste – quelle di certi no-global – davvero scientifiche! Invece, non solo Bill Gates è l’indiscusso genio dell’informatica, ma è pure “futurista” d’avanguardia e scrittore futuribile di primo piano: il suo La strada che porta al domani è con Essere digitali (Negroponte) l’analisi più radicale del futuro informatico a livello psico-sociale. Bill Gates è chiarissimo: il computer non solo ha già sconfitto il comunismo sovietico, ma decreta la fine del capitale occidentale precibernetico! Curiosamente Bill Gates, ultimo erede di Marinetti e dell’avanguardia futurista (“il regno di Internet o del computer” è “il regno della macchina” del futurismo storico), annuncia scenari neoumanisti informatici postcapitalisti! E in nome delle macchine rivoluzionarie muoiano pure le reliquie del libro, dei giornalisti cartacei, dei politici e delle religioni: forse la poesia e gli dei non esistevano già prima della stampa o del simulacro libro?

Benvenuto radioso avvenire di Marinetti + Majakowskij... grazie ai figli di Internet! Ogni altra querelle riguarda gli scimpanzé umani che ancora comandano politicamente e culturalmente il pianeta, complesso di Frankenstein, horror novi, tecnofobia, la diagnosi inrinviabile per l’uomo cosiddetto contemporaneo. In tal senso Bill Gates fa persino il verso allo stesso Isaac Asimov: in un racconto memorabile dell’inventore della fan-tascienza robotica (Il conflitto inevitabile), le macchine governano la poli-tica mondiale; molto meglio degli umani e senza ideologie o credi religio-si superstiti. Ma questa, naturalmente, è Fanta-Scienza!

Futurismo e intelligenza artificiale

«Abbiamo finanche sognato di poter creare, un giorno, un nostro figlio meccanico, frutto di pura volontà, sintesi di tutte le leggi di cui la scienza sta per precipitare la scoperta» (F. T. Marinetti). Il sogno dell’Homme Machine futurista... attraverso la cibernetica di Wiener e Von Neumann. E oggi con l’Intelligenza Artificiale il progetto è sempre più inquietante e entusiasmante, un’altra specie intelligente. Il sacrilegio è evidente, ma apparente anche... Faust in provetta, eppure in quanto specchio dell’uomo il robot futuro in verità attesta la fine degli dei, la reinvenzione peraltro del divino: soltanto una civiltà libera e scientifica può artificialmente creare la vita, disvelare il mistero. La fantascienza – specchio inconscio dell’intelligenza artificiale, attenua la reale eresia, il cosiddetto Dio Macchina di tante utopie non à necessariamente anticristiano!

L’intelligenza artificiale penetra comunque caldamente l’utopia positiva, o la fantascienza creativa, tra Mary Shelley e Hoffmann fino a Kubrick e Scott (come già evidenziato), Marinetti e i futuristi ancora straordinari artisti precursori... Marinetti stesso appare un geniale demiurgo romantico alla luce delle macchine pensanti. Marinetti addirittura l’Omero epico moderno di una civiltà umana ancora in bilico tra l’illusione e scienza? Comunque, l’intelligenza Artificiale obbliga l’umano a profonde rivoluzioni copernicane e mentali: dopo l’informatica e i computers digitali odierni, sorta di pitecantropi della nuova specie.

Convivrà felicemente l’uomo con la Macchina si domandavano con ottimismo i futuristi; Convivrà la specie umana con la specie prossima dei robots? La parola si fa necessariamente più involuta e filosofica: la macchina appare sempre più per quel che è, ben più nobile e rivoluzionaria (come intuì appieno Marinetti) di certa rimozione umanista, consumista e proletaria. La Macchina... un’estensione accelerazione della specie umana per la migliore sopravvivenza sulla Terra e per decollare verso le stelle.

La Conquista delle Stelle scriveva Marinetti, arte interplanetaria o cosmica già sognava Majakowskij nonostante Stalin! L’elettronica è un’estensione non più solo di qualità parziali umane (piede/ruota, occhio/miscroscopio, mano/industria) ma del cervello... L’intelligenza artificiale dopo e parallela alla cibernetica è un laboratorio planetario dove certa cosiddetta follia futurista inventa le macchine necessarie per un’utopia possibile terrestre destinata anche allo Spazio.

Come l’uomo di Cro-Magnon già usava utensili e li lanciava per aria, così l’uomo moderno è decollato nel cielo, la Luna e il sistema solare, ma le stelle e lo spazio sono forse più adatte – per così dire – ai Robots. Una sfida prometeica insomma quella futurista sulla Terra e in cielo, che l’Intelligenza Artificiale – le scienze dell’artificiale in genere – trasformano dal mito al reale. Ritornando sulla Terra, l’Intelligenza Artificiale, com’è noto, ci svela infine il cervello umano come un ipercomplesso e raffinatissimo elaboratore d’informazioni: un’emozione non è diversa da un ragionamento afferma perentoriamente Marvin Minsky padre e “filosofo” dell’intelligenza artificiale.

E l’Uomo non è diverso dalla Macchina osò affermare un artista, Marinetti, quando cominciò a brillare (con McLuhan) la costellazione Marconi, un Uomo Macchina peraltro ricchissimo di creatività, capace persino di sognare e provare emozioni umane. Oggi, anni 2000, nonostante certo industrialismo abnorme, la sconcertante intuizione futurista (già vagheggiata nel passato, ma mai con il tono ardito e consapevole futurista) dell’Homme Machine non solo umano, intelligente e nel cuore...acquista valore possibile e reale dopo le scoperte cibernetiche e delle scienze affini. Si comincia chiaramente ad intravedere un Regno della Scienza umana e postumana dove naufragano le illusioni religiose, dove la Scienza stessa reinventa i frammenti divini positivi, dove la Macchina stessa è divina, verso una fede dell’avvenire e della scienza funzionale alla verità e la bellezza umana.

Futurismo e mass media

«Il Futurismo si fonda sul completo rinnovamento della sensibilità avvenuto per effetto delle grandi scoperte scientifiche. Coloro che usano oggi, del telegrafo, del telefono, e del grammofono, del treno, della bicicletta, della motocicletta, dell’automobile, del transatlantico, del dirigibile, dell’aereoplano, del cinematografo, del grande quotidiano (sintesi di una giornata del mondo) non pensano che queste diverse forme di comunicazione, di trasporto e d’informazione esercitano sulla psiche una decisiva influenza» (F. T. Marinetti).

Il fatto (per certuni un tragico fato...) dei Mass Media – elettronici in particolare – che plasmano il pianeta evoca da sé l’artefatto elettromeccanico e preelettronico futurista, l’arte della macchina. Si discute tutt’oggi dopo i vari Packard, Marcuse, Eco, McLuhan fino ai postmoderni iperrealisti Baudrillard, Lyotard (e altri) sulla “natura”, la carica positiva o negativa dei messaggi o le informazioni televisive, via satellite (ecc.) che comunque “trascendono” il mezzo (medium) per condizionare automaticamente gli umani quale stile (e “non stile”) di vita quotidiana e le società postmoderne. Non si discute quantomeno il significato paradossale della cosiddetta civiltà elettronica o dell’immagine, cosiddetti bene e male quasi indivisibili (per i postmoderni il problema neppure sussiste), il ruolo simbolico predominante dei Media e simulacri affini nel mondo contemporaneo.

Curiosamente mentre taluni constatano la perdita del centro (ovvero dell’io tradizionale, pre-scientifico) proprio i Media generano una nuova e dinamica globalità. La querelle orwelliana sui Media oggi è chiaramente sorpassata: i Media elettronici soprattutto pur inquinati dal cosiddetto consumismo sono anche simbolo positivo dell’era nuova del computer. Parafrasando Eco forse sono davvero gli intellettuali apocalittici e il pubblico nocivi per la televisione!

Comunque l’approccio modernamente visionario, vale a dire complesso e sinergico (o archetipico) di un certo McLuhan, da cui i Media plasmano un Uomo Nuovo capace d’invenzione artistica ci ricorda le intuizioni più ardite del futurismo e Marinetti. D’altra parte nei fatti è palese come già qualunque “visione del mondo” – positiva o negativa che sia – non può oggi ignorare né demonizzare la sfida ultracorrente dei Media, che oggettivamente fungono già da Musa elettronica per parecchi artisti contemporanei non quale rifiuto, bensì mossa, industria, macchina creativa. Andy Wharol ad esempio non fu soltanto un grande “poeta” dell’era industriale, ma anche un “semiotico” o “massmediologo” spesso più perspicace degli scienziati.

Il godimento artistico dei Media nello specifico (che Barthes chiamò mitico, ma è un neomito, opera d’arte) viene da operazioni mentali aperte e “relative”, più sintetiche che analitiche. Possiamo quasi parlare di una poetica della scienza e la tecnologia in formazione dai Mass Media come nebulosa: invenzioni umane e sovraumane di nuove arti, dal cinema alla televisione, fumetti, pubblicità, telefilm, il computer, la science fiction, il video... la nascente poetica di Internet... l’intero immaginario tecnologico ma già fantastico delle ultime generazioni (su cui gli umanisti spesso sprecano banalità!). Con McLuhan in breve, ma in misura più o meno minore qualsiasi massmediologo fatalmente persuaso, così come l’arte contemporanea progressista, i Media sono già oracoli viventi e cibernetici, educazione al futuro, in un oggi permanente e ultra dinamico, discontinuo (come oracoli, naturalmente).

Lo slancio futuribile necessariamente ci mostra un Regno della Macchina o del Computer trionfante, dove Marinetti e i futuristi sarebbero in certo senso impazziti di entusiasmo. Il futurismo – infatti – nello stile, i manifesti, le opere, gli slogan, le performances (le famose serate futuriste, veri e propri laboratori del futuro o “spedizioni punitive” del passato...) fu un’arte eminentemente pubblicitaria. La “pubblicità culturale” futurista, un uso spregiudicato e innovativa dei mezzi di propaganda dell’epoca: il “medium è il messaggio” fu in Marinetti un “metodo” fondamentale! La pubblicità come arte o la moda fu una boutade futurista ben poco effimera: i futuristi anche in questa anticipazione spettacolare del mondo odierno furono precursori; compresero infatti la superiore interattività (non solo in linea di principio) dei Mass Media elettrici ora elettronici a tutti i livelli dell’informazione e la conoscenza umana rispetto al Libro (la Stampa) medium classico...

I futuristi furono entusiasti dei Media nascenti dell’epoca in quanto artisti, anticiparono lo stesso McLuhan nelle sue successive e elaborate “analisi”: il mondo computer (macchina) quale opera d’arte è un sogno estetico sia di McLuhan che di Marinetti. Naturalmente entrambi e gli altri “futuristi o futuribili” sottolineano...in particolare certa Utopia di certo Mondo Nuovo, attraverso una rivoluzione cerebrale che passa tramite la tecnologia oggi pensante, prodigioso strumento di rivoluzione, mutazione e informazione sociale. Insomma, i futuristi “artisti” fin dal primo novecento attratti dalla vita simultanea e l’ebbrezza di una velocità irresistibile (cuori e cervelli più veloci domanda non l’entropia ma il big bang dell’informazione) inventarono la nuova bellezza nell’età dei mass media, feedback d’arte ottimale per superare e ridimensionare certa secondaria ma reale occulta persuasione o indubbia ipnosi di massa.

Proprio l’insistenza futurista sui Media come Arte non solo è oggi memoria già elettronica per risolvere certe attuali contraddizioni inerenti ai Media stessi, ma è soprattutto feedback (come detto) di controllo e selezione individuale e/o collettiva, testimonianza e dato di fatto osservabile (come già puntualizzato) nel firmamento dell’arte contemporanea. Una nuova cultura e bellezza dei Mass Media... dai futuristi ai mass-mediologi odierni; l’evidenza di un’altra cultura tecnologica (anche di massa) creativa anziché alienante (ma non esageriamo...), non follie orwelliane, ma “profezie” elettroniche sorprendenti. L’evoluzione stessa dei Mass Media (compresa la Stampa) verso avveniristici libri/computer (di cui parlava il solito Minsky, genio cibernetico), oltre alle realtà inconfutabili di Computer, Telefonini con ogni diavoleria, Satelliti e Internet, attesta il Regno della Macchina, il sogno della scienza, l’utopia cosiddetta moderna (e postmoderna) in una nuova fase evolutiva: nonostante le cassandre “umaniste” è l’unica ricetta futuribile possibile e creativa per gli anni 2000.

Si delinea proprio con Internet e con l’evoluzione stessa di una rete informatica sempre più pensante e interattiva (e un wiring umano collettivo parallelo) proprio quella sintesi Uomo/Macchina al centro della psicosociologia contemporanea e “vagheggiata” da Marinetti. E lo strip-taese corrente dei Media (altro che invasione...) ci rivela medium/messaggi di derivazione tecnoscientifica, informazioni positive, portatori sani di “valori” di scienza i media stessi come spot, “mitologia” scientifica. Riassumendo...i media, la tecnologia sono invenzioni cerebrali (estensioni) rivoluzionarie (ecco le Macchine futuriste...) interconnesse con l’ambiente: in quanto è la macchina stessa, l’invenzione che trasforma e “calcola” l’ambiente (anche dopo l’ecologia come scienza) e la psiche.

Lo scenario è trasparente a chi vuole vedere: l’avvento del computer o la telematica – l’automazione “totale” di domani – potrebbe automaticamente (per così dire) selezionare umani nuovi, scienziati e artisti “futuribili” che sperimentano e immaginano il futuro dall’oggi, capaci di pilotare le informazioni del futuro stesso. Tutt’oggi invece nessuno pilota in un certo senso la civiltà dell’immagine (nella sfera politica intendo), archeoumani spesso ancora legati ad ideologie prescientifiche ottocentesche e esaurite, si chiamino pure neocapitalismo o socialismo dall’abito umano. La tensione extra-artistica del futurismo, infine, anche nel campo dell’informazione non strettamente estetica, bensì sociopolitica si disvela ulteriormente in quanto scienza dei media, qua sufficientemente – riteniamo – abbozzata, artistica naturalmente: e in tutta la sua potenza spesso misconosciuta, la sua “terribile” rivoluzionaria bellezza che trasforma il mondo!

Futurismo e postmoderno

«Scomponiamo e ricombiniamo l’Universo secondo i nostri meravigliosi capricci» (F. T. Marinetti).

Il cosiddetto postmoderno (parola vaga eppure osteggiata dai passatisti, perciò noi parteggiamo per i “postmoderni”) è chiaramente effetto della rivoluzione elettronica degli anni ‘70/80. Esso, inteso in senso descrittivo e schematico, ha piacevolmente spezzato anni di regressioni anti-moderne e anti-futuriste, spacciati per rivoluzioni (fallite o persino peggio dell’ “orrido” capitalismo). Una salutare boccata d’ossigeno plastificato fin che si vuole, ma che ha dimostrato a quasi tutti che la fantascienza non è sempre domani, soprattutto ha decretato la fine delle ideologia conservatrici pre-scientifiche: l’uomo non può più negare o rinviare di ammettere (e programmarsi) la sua “fatale” interdipendenza con la macchina, il computer, la scienza e la natura. E certo revival futurista ha anche a che fare con la nascente consapevolezza del futuro (dal presente), tra i bordi dell’informatica e l’ecologia. Soprattutto, la “provocazione” postmoderna, ancor oggi scambiata erroneamente per robotismo – invece – ci ricorda nei fatti la profonda attualità del sogno a occhi aperti futurista. Come il futurismo fu globalmente una macchina nascente nella cultura contemporanea, così il postmoderno di questo fine novecento, sebbene quest’ultimo necessiti di rettifiche appunto moderne, di un nuovo sguardo alle avanguardie storiche, soprattutto di conoscenza e coscienza scientifiche... Queste ultime infatti (con McLuhan) sono in certo senso il contenuto delle “avanguardie” più recenti, la stella polare o la bussola intelligente per comprendere il “postmoderno” artistico e culturale al di là del medium/messaggio.

Particolarmente, il futurismo ha molto da “insegnare” all’arte recentissima, gli artisti che hanno fatto del computer e l’elettronica il Dio e la Musa da cui trarre ispirazione, più o meno esplicitamente. Video/Computer Art, musica elettronica (colta e pop), cyberpunk ecc.: riportano in superficie l’estetica della macchina futurista, anche se i critici e in misura minore gli artisti ignorano o ridimensionano tale sorgente. In sé le rivendicazioni dei nuovi artisti suonano legittime, si tratta infatti – succintamente – di sperimentazioni elettroniche, cibernetiche, postmoderne non necessariamente elitarie e “incomprensibili”.

Il solito McLuhan parlò – con lungimiranza – di nuovo folklore dell’era industriale: e in effetti (come già accennato) in certe esperienze molto comunicative e “popolari” del cinema e la musica (Lucas, Spielberg, Zemakis oppure Eno, Bowie, Kraftwerk, Talking Heads, la techno-music da discoteca) più recenti il novum postmoderno riscopre a nostro avviso con particolare evidenza l’archetipo futurista. In tale gioco dell’arte contemporanea (che per troppi è ancora “consumismo”) la bellezza è rito moderno collettivo, nessun minculpop ma – secondo le intuizioni di massa marinettiane – il superamento della frattura tra arte alta e arte bassa...il computer come graffito di una “civiltà sconosciuta”.

Futurismo e psicologia

«Le inquietudini profonde della vita congiunte l’una all’altra, parola per parola, secondo il loro nascere illogico, ci daranno le linee generali di una psicologia intuitiva della materia» (F. T. Marinetti).

La psicoanalisi ha spesso riconosciuto gli artisti come precursori, non necessariamente folli...un’altra follia invece, che i futuristi in certo senso osannarono, antipsichiatri ante litteram; l’artista, in breve, quale malato particolarmente creativo. Comunque, se Freud e gli altri pionieri della Scienza dell’inconscio pensavano soprattutto a romantici e decadenti (Jung più attento invero alle avanguardie mentre Freud attratto solo dai surrealisti...), Fromm e altri orientando la psicoanalisi in termini più direttamente sociali e culturali suggeriscono l’artista moderno come “visionario” del nostro tempo, antenna dell’era tecnologica. Abbiamo citato Fromm, che pure ha scritto alcune sciocchezze proprio su Marinetti e il futurismo, visti – per la loro “idolatria” della macchina e il progresso – come esempi di alienazione e robotizzazione.

Purtroppo lo stesso Fromm, assai perspicace e sottovalutato nell’analisi della società industriale, per i suoi palesi pregiudizi umanistici e psichiatrici (sempre un rischio per l’artista) non ha colto la nuova bellezza del futurismo, capovolgendo in pieno e al pari di molti nemici della scienza e la libertà il significato rivoluzionario dell’opera marinettiana e futurista. In realtà i futuristi hanno esplorato con rara anticipazione e profondità la psiche dell’uomo moderno: rifiutando giustamente il mito dei valori borghese e umanista (come ha ben svelato il miglior Marcuse) compresero la necessità e il desiderio di nuovi valori umani e dinamici, finalmente al passo con l’immaginazione e la conoscenza scientifica. E soltanto spiriti fossili possono pretestuosamente esigere dall’artista creatore il rispetto del senso comune o qualsivoglia laccio passatista.

Il futurismo e Marinetti furono una provocazione assolutamente costruttiva, cosa assai evidente con un minimo di conoscenza scientifica o respirando semplicemente e con buon automatismo l’aria innovativa del proprio tempo. La stessa psicologia analitica (cosiddetta) di Jung ci può suggerire in certa apparente dis-armonia e esteriorità futurista la luce del sogno marinettiano: Marinetti (e i futuristi) in quanto artisti svelarono al mondo dell’arte e la società del tempo la mutazione moderna e tecnologica in atto. Il futurismo “scavò” nell’inconscio collettivo dell’uomo moderno senza censure o rimozioni, seguendo il demone nascente dell’uomo futuro stesso, necessariamente anche distruttivo.

Quel demone, oggi, ha forse un nome: umanesimo scientifico, società cibernetica umana. Ancora utopia... ma indicativa della profonda anticipazione futurista, la sue (iper) realtà. E l’uomo come macchina o computer (l’intuizione marinettiana) trova eco anche nella psicologia più recente e strettamente scientifica: il cognitivismo o la stessa cibernetica, l’intelligenza artificiale (le stesse neuroscienze) dove l’uomo è visto come un fantastico elaboratore d’informazioni oltre che una perturbante macchina elettrochimica. Eppure bisogna intendersi... "L’uomo è una macchina meravigliosa" dice Marvin Minsky, contribuendo – a chi vuole comprendere – a risolvere la querelle ormai secolare (fin dall’Illuminismo, perlomeno).

Per Marinetti e i futuristi l’uomo – la psiche – era effettivamente una macchina meravigliosa, il futurismo, quindi, una “psicologia” d’anticipazione; la strategia futurista della bellezza scientifica e tecnologica per sopravvivere creativamente nel mondo tecnologico. L’ebbrezza futurista svelò inoltre l’horror novi, il complesso di Frankenstein (sorta di Edipo sociale) che attanaglia tutt’oggi gli umani e le società apparentemente moderne. Riassumendo, la storia del futurismo dal punto di vista psicologico, è strettamente interconnessa con la storia dei grandi mutamenti scientifici – il novum specifico dell’arte contemporanea – fortemente osteggiati dai “contemporanei” come sempre attardati ma destinati, prima o poi, a estinguersi…

Futurismo e realtà virtuale

«Noi siamo sul promontorio dei secoli! Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare la misteriosa porta dell’impossibile? Il Tem-po e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell’assoluto, poiché ab-biamo già creata l’eterna velocità onnipresente» (F. T. Marinetti).

Per un secolo, quasi, futuristi ed altri visionari sognarono il Regno della Macchina e dell’uomo moltiplicato, una Tecnologia futura capace di fare da specchio alla polimorfa natura del Desiderio, una Parola parlante non solo irripetibile, ma riproducibile – nella Differenza! – di tutte le ambivalenze del cuore e del cervello umano: l’inconscio freudiano si è via via trasformato in Immaginario tecnologico, laddove gli sguardi dei pionieri Freud, Jung, Reich, Rank. fino agli epigoni postmoderni, Lacan, Deleuze, Baudrillard e Hillman convergono (o derivano…) al passo con la scienza contemporanea (dall’informatica alle neuroscienze) verso lo stesso universo parallelo.

Anni ‘90, secolo 20: l’uomo-macchina ha rotto lo specchio, riflette il futuro (al di là), danza nella nuova inquietante costellazione della meraviglia, la realtà virtuale (VR). Un nuovo talento, lo scrittore di fantascienza William Gibson – suo il neologismo cyberspazio – con Neuromante, opera prima cyberpunk, anticipa quasi la nuova scienza cibernetica della realtà virtuale, amplificando le intuizioni scientifiche dei visionari Wiener, Von Neumann, Jastrow, Kay, Engelbart, Nelson, Lanier e il leggendario Timothy Leary. Ma il ciberspazio è già stato sicuramente attraversato non solo da Gibson, Asimov, Clarke, Sterling, Kubrick, Spielberg e Cronemberg, ma pure dall’avanguardia futurista, Marinetti e Majakowskij cibernauti ante litteram!

La stessa provocazione umana di Marvin Minsky: «Gli scrittori di fantascienza sono i veri filosofi del XX secolo» diviene nello stesso tempo epitaffio letterario, il neuromante William Gibson in tempo reale è il primogenito dei cibernauti e dei ciberscrittori. E il sogno futurista incontra – oggi – nel ciberspazio la sua Alice, l’utopia di Marinetti (e magari McLuhan, oggi il suo geniale seguace Derrick de Kerchov) accelerata sempre più, fotoni e cloni digitali animati e persino vivi in prospettiva, sensibilità numerica e geometrie splendide, futuriste, postumane!

Il futuro, la previsione dell’avvenire, grazie alla relativa perfezione dei nuovi simulacri della nuova cyber-realtà (persino tattili, olfattivi, cinestetici... sinestetici!) trova la sua tecnologia più precisa e in-esatta. In tutti i campi, dalla medicina all’architettura, dalla fantascienza alla teologia, è o sarà possibile sperimentare “qualsiasi” sogno/progetto nell’illusione quasi assoluta, totale se il cibernauta o infonauta di turno è diabolicamente ignaro dell’esperimento. Inoltre, l’evoluzione futura dagli attuali caschi/guanti/occhiali/tute a biofarmaci virtuali, oniropillole o altri micro-demoni... già previsti nei laboratori della Sylicon Valley e di Chapel Hill, appare come conturbante black hole cibernetico, ricorda parecchio l’evoluzione stessa recente dai supercalcolatori grandi come “grattacieli” al microchips, balzo darwiniano (200 milioni d’anni paragonato all’evoluzione dai rettili all’uomo!) a suo tempo ritenuto impossibile da certi umanologi. Soprattutto William Gibson e le nuove generazioni futuribili e ciber-spaziali degli anni duemila, artistiche o scientifiche che siano, ci narrano, nella miglior anti-tradizione marinettiana e futurista, il ciberspazio come sorprendente esperimento del cuore, l’amore dopo la scienza, il mondo computer come specchio dell’anima virtuale di oggi, disperata, ma traboccante al di là dei display e degli umani... Sublime verifica del reale, il ciber-reale, la realtà virtuale, dove l’Anima del 2000 si dichiara – per così dire – in stato di guerra totale (warfare) con le ancora troppe ciber-scimmie che inquinano il pianeta Terra!

Futurismo e religione

«L’Ebbrezza delle grandi velocità in automobile non è che la gioia di sentirsi fusi con l’unica divinità. Gli sportsmen sono i primi catecumeni di questa religione» (F. T. Marinetti).

Il cosiddetto divino non coincide necessariamente con le religioni convenzionali: lo stesso Giovanni Paolo II, sorprendentemente papa... mediatico del 2000, è ancora distante ad esempio da un rinnovamento religioso libero e in sincronia con la Scienza. Comunque, l’istinto religioso fiorì prima dei profeti, spesso ostili alla creatività umana, oppure – per così dire – artisti cosmici dal destino anche tragico... Francamente, riguardo le religioni ufficiali abbiamo rivelato in tutto questo libro la nostra profonda ed epidermica eresia. Pitagora, Mosè, Gesù Cristo, etc., c’interessano quali artisti o scienziati dell’immaginazione in un godimento del divino sottratto a certo autoritarismo obsoleto dei teologi, nuova creatività nello sguardo invece dell’artista, lo psicologo, l’antropologo. Il divino – in breve – non può più appellarsi nell’era della scienza ai dogmi tradizionali: l’opera d’arte o il mito di tutti i tempi sono sempre al di là della Religione, un divino celeste ma dionisiaco, fisico e eco-cosmico. La modernità reinventa il divino ora de-sacralizzato, un altro sacro – peraltro – dinamico, giocoso/gioioso e “politeista”, tra la bellezza degli dei olimpici e l’azzurro del dio giudeo-cristiano, la forza degli stessi dei germani, la gentilezza ecologica degli “spiriti” primitivi (gli archetipi di Jung, un’ottima mappa per il divino nel duemila).

Nell’ambito della scienza contemporanea oltre a Jung soprattutto Kereny, McLuhan, Tehilard de Chardin e Jean Guitton indicano con genialità come riscoprire il godimento divino. Il futurismo nella sua tonalità cosmica – la ricostruzione dell’universo... – in nome dell’uomo nuovo attraversa la nuova religione nascente del secolo 20, la bellezza del Dio, anzi gli Dei futuri. Dove scopo della scienza e l’arte contemporanea sono più che mai la scoperta di Verità e Bellezza (e nell’interconnessione) è possibile con mente aperta e libera “cogliere” oggi gli archetipi del Cristo o Pitagora (o Dioniso) – o altri “dèi” –: non la dissoluzione del divino, bensì la sua autoaffermazione, in quel non ancora sufficientemente venerato miracolo naturale che è l’Uomo (e la sua consapevolezza...). Ma ogni epoca, ogni generazione nella sua fatale evoluzione non può non elaborare anche gli Dei suoi antenati! L’amore per il futuro, di cui il futurismo è testimonianza moderna e “archetipo” per gli anni 2000, dovrebbe stimolare i difensori cosiddetti della Fede ad abbandonare arroccamenti sterili.

In una scacchiera dove le regole del gioco sono definitivamente mutate, gli “umanisti” dovrebbero abbracciare invece il Novum, il già citato Teihlard de Chardin è un prototipo luminosissimo in questa nuova scia della cometa cristiana o religiosa in generale! La fede nell’avvenire attraversa la bellezza e l’originalità futurista nella sfera celeste del divino: laddove gli affreschi rinascimentali, i Paradisi inquietanti di esteti o decadenti scoprono colori tecnologici, la macchina appunto celeste. In questa mutazione o rotazione celestiale vagheggiata dagli artisti (la specifica venerazione messianico-macchinica dei futuristi) si disvelano Dio e gli Dei quali slanci d’immaginazione cosmica necessari per scenari desiderabili destinati forse all’umanità futura, ma già “reali” per quella presente...

Futurismo e sociologia

«Il proletariato dei geniali, collaborando con lo sviluppo del macchinario industriale, raggiungerà quel massimo di salario e quel minimo di lavoro manuale che, senza diminuire la produzione, potranno dare a tutte le intel-ligenze la libertà di pensare, di creare, di godere artisticamente» (F. T. Marinetti).

Attraverso l’intuizione profetica della Macchina come simbolo universale e l’arte quale invenzione anche sociale, i futuristi nel primo novecento vagheggiarono ulteriormente una nuova sociologia che sfocierà compiutamente nell’odierna scienza dei mass media o la futurologia. Quest’ultime scienze sociali sono oggi interconnesse nell’analisi dei fenomeni psicosociali con l’ormai antica sociologia. I pronipoti di Saint Simon o Marx possono comunque (a differenza di certi teologi) trarre nuova energia dalle nuove sfide e “dialoghi” interdisciplinari.

Oggi si dibatte in particolare di futuro, tecnologia, ambiente, e... paral-lelamente di fine della storia, del soggetto (l’uomo), della politica e persino della sociologia. Quest’ultima appare indubbiamente in crisi, sempre più protesi (quasi) di semiotica e linguistica e magari la psicoanalisi... Comunque certo postmodernismo “ortodosso” invero (ad esempio nei già citati Baudrillard e Lyotard) si diverte a provocare i passatisti di turno, i sopravvissuti dell’ideologia, le cui idee in quanto “filosofi del tempo” non realmente estinte.

La provocazione postmoderna rivela in Baudrillard, Deleuze, etc., autentici rivoluzionari scienziati dell’immaginazione sociale. Riassumendo, laddove questa “non bellezza” postmoderna o iperreale mira ad azzerare la ragione o l’io ne domanda un’evoluzione, un altro soggetto o altra ragione più pulsionale e dinamica (e provvisoria): dopo il moderno l’eresia post-moderna... In principio di questo secolo 20, come già suggerito, i Futuristi ebbero un ruolo simile, “incendiari” nella distruzione del Passato non solo artistico.

Parallelamente vi erano già Freud, Einstein e una scienza postpositivista che annunciava fin da allora scenari più evoluti (in politica) del capitalismo o il socialismo, così come li abbiamo conosciuti. Oggi i tempi sono più maturi per la fine di queste due ideologie già estinte: i tempi non sono più acerbi per un’altra “ideologia” semisommersa nella politica “moderna” dominante. Quello che viene fin da Galileo e l’Illuminismo o Positivismo, dopo Einstein e i nuovi paradigmi “relativi”.

Nel XX secolo che volge al termine dagli stessi Einstein, Freud, Wittengstein, Carnap, J.Huxley fino ai “contemporanei” Monod, Jacob, Skinner, Wiener, Lorenz (ecc.) si è andata elaborando una nuova radicale critica scientifico/sociale (e immaginante). Straordinari “ribelli” vanno pure considerati i cosiddetti “negativi” (tutti pronipoti di Nietzsche) fino agli “irrazionali” postmoderni in sintonia con i “positivi” nel “progettare” appunto scenari culturali e indirettamente politici al di là dei modelli capitalista e socialista, esauriti nel loro ruolo progressista. Si delinea pertanto, in una nuova visione della ragione anche immaginativa, un nuovo scenario globale nello stesso telescopio “obsoleto” sociologico: tra un’altra tecno-crazia e un’altra artecrazia, così come il futurismo immaginava per via squisitamente artistica.

Sarà questa la democrazia del futuro più evoluta di quelle attuali, più Darwin e meno vangeli (anche laici/atei)? Soprattutto sceglieranno gli umani il futuro desiderabile o ancora altre illusioni e superstizioni “reazionarie” e passatiste mai sopite?Forse...le follie futuriste ieri, il comunismo autodistrutto, il Capitale sempre più dipendente dalla Macchina e la Scienza – perciò in fase mutante – obbligano oggi gli uomini del futuro a qualcosa di più di una scommessa, con in palio una libertà sconosciuta e anche entusiasmante al di là fin d’ora dell’azzardo…

Futurismo solare

«Noi affermiamo come principio assoluto del Futurismo il divenire conti-nuo e l’indefinito progredire, fisiologico ed intellettuale dell’uomo» (F. T. Marinetti)

Dopo il moderno il postmoderno può rivelarsi un’oscurità non solo affascinante e ricca di stelle, ma protesa verso l’avvenire dell’alba, il giorno dopo il futuro... L’immaginario futurista – in quanto arte d’anticipazione – è raggio fondamentale per le società postindustriali, la bellezza postmoderna. A livello trans-artistico, il futurismo sperimentò l’era industriale e della macchina come arte, suggerisce strategie e mosse psicosociali per godere la promessa moderna, umanizzare certa alienazione industriale stessa.

Il futurismo è (anche) futurologia “utopica”, scienza fantastica dei media o cibernetica artistica: attraversa i nuovi paradigmi della civiltà post-moderna (scientifica) nascente, basati sulla scienza e l’arte, bellezza-verità e viceversa, l’anima del computer in parole “religiose”. Nella condizione postmoderna certamente più evoluta di quella attuale in definizione, l’angoscia diventa equazione non impossibile, il dramma anche gioco (e ironia), la libertà ecologica evoluta o tecnologia pensante; la vita – finalmente – una gaia scienza, godimento o invenzione individuale, negli anni 2000 scenario desiderabile a livello collettivo (sebbene utopia per questioni tutt’oggi meramente politiche!).

Il postmoderno – dopo il sole moderno – non è più un sublime isterico, astronave sperduta nello spazio dell’informazione, bensì pensiero “forte”: così può immaginarsi una volta arricchito del suo DNA inconscio, che viene anche dal rinascimento scientifico fino alla nuova scienza del XX secolo e le avanguardie (il futurismo in particolare per la profonda analisi del rapporto uomo/macchina, uomo/scienza). Nel gioco linguistico e colorato strettamente artistico, la riscoperta del futurismo (oppure per altri aspetti interconnessi le altre avanguardie storiche, compresi i precursori romantici/decadenti/simbolisti...) è un’operazione di “genetica naturale” particolarmente feconda per le arti del secondo novecento (e memoria viva per quelle del duemila). Tutte nuove invenzioni artistiche...nucleari, pop art, minimali, poeti visivi, video artisti, iperreali, cyberpunks (ecc.): ben più significativi i ribelli postmoderni e sottratti all’effimero se ri-connessi con la sensibilità “matematica” e primigenia futurista, anno zero una volta per tutte da calcolare!

L’esito può essere un secondo novecento artistico sperimentale più forte e più “compatto”, un’altra moda, elettroni artistici che – dopo la memoria futurista – possono nuotare con superiore creatività, dalla “non bellezza” a una nuova bellezza, astronavi ancora in viaggio verso sorprendenti costellazioni artistiche ancora in formazione. Il futurismo è l’energia solare in queste energie “atomiche” artistiche del secondo novecento, il codice per accelerare nuove fusioni solari. E il futurismo stesso non è affatto defunto come certi zombies eredi di Croce, Gramsci o anche Sartre pretendono!

Il futurismo è una centrale solare tutt’oggi ad alta definizione, high tech nell’ambito del sublime e l’eresia contemporanee, dall’arte alla cosiddetta società. Per lo scienziato dell’arte del secolo 21, i manifesti futuristi e le opere di Marinetti, Boccioni, Balla, Depero (ecc.) saranno come le formule di Einstein per la fisica contemporanea!

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