Ritorno sul promontorio dei secoli

Autore: Stefano Vaj

da: Divenire 3, Introduzione ()

L’importanza decisiva del futurismo consiste nel fatto di rappresentare un momento di svolta fondamentale, una “presa di coscienza” della fine del vecchio mondo, fine che a partire dal secolo scorso ci spalanca la prospettiva, forse il destino, di un futuro in cui comunque «nulla potrà più essere come prima».

Rispetto alla trasformazione in questione, la pubblicazione del manifesto del futurismo rappresenta l’epicentro, l’occhio del ciclone da cui è ancora possibile guardare, dal “promontorio dei secoli”, tanto al passato che ai “futuri alternativi” verso cui tale fine inevitabilmente ci conduce. Una prospettiva da cui la riflessione sulla “tecnica e il postumano” cui è dedicata questa rivista non può prescindere.

Ciò, in particolare, perché il futurismo esattamente rappresenta la saldatura tra il pensiero postumanista che da Nietzsche e Darwin in poi si sforzava ormai da una cinquantina d’anni di pensare un mondo ormai totalmente esplorato, in cui Dio è morto e l’uomo è chiamato a diventare qualcosa di diverso da sé per “ereditare la terra”, e la presa d'atto dei portati della tecnica moderna, che rappresenta il mistero stesso di tale trasformazione, la sfida centrale di tale autosuperamento, il pericolo e l’opportunità più grande nascosta dietro la singolarità storica che ci incalza, singolarità che solo un’entropica fine del divenire storico-culturale – del resto da più parti auspicata nelle vesti del ritorno ad un’Età dell’Oro, come tale alla fin fine colorata di aspetti preumani – potrebbe davvero scongiurare.

Ancora, non è certo un caso che tale saldatura si opera allo stato nascente non in produzioni di ingegneria tecnica o sociale, non nell’argomentare di filosofi accademici, non nel campo dell’epistemologia scientifica, ma in un manifesto di poeti (“coloro che fanno”) ed artisti (“coloro che provocano l’artificiale”), attraverso una provocazione che ancora interpella gli spiriti, ed in particolare gli spiriti che con diversi gradi di consapevolezza e radicalità scelgono invece l’opzione transumanista, l’opzione del sovrumano.

Infine, la particolare prospettiva futurista ci sfida proprio in rapporto al “barcollare sulla soglia dell’ignoto”, o forse – peggio – al rischio di un esaurirsi della spinta faustiana che ci ha condotto sino a qui, nel luogo temporale aperto su mille sbocchi ma in cui comunque non potremo restare, non esistendo vere alternative alla regressione, al Brave New World, o al contrario all’epoca di un postumano plurale, e oggi impossibile da ipotecare nei suoi variegati possibili esiti. Esaurirsi, dicevamo, di tale spinta faustiana, che inevitabilmente risponde all’indebolimento – deliberato e non – dei suoi presupposti: presupposti sociali, economici, educativi, “ideologici”, e soprattutto culturali, nel senso forte ed antropologico della parola.

Scriveva Marinetti cento anni fa: «Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità».

Velocità? In realtà, sono decenni che i record di velocità sono sostan-zialmente stazionari. Quello assoluto, nello spazio (che spetta ancora al Voyager, in viaggio da oltre trent’anni). Quello nell’aria, sull’acqua, su ruota, a piedi. Ma ancora più stazionari, o in diminuzione, sono le velocità medie dei trasporti aerei, terrestri ed acquatici. Il cittadino europeo che negli anni ottanta poteva attraversare l’Atlantico a bordo di un Concorde ormai si avvicina alla pensione, e vede rinviata sempre più in là la data di un ipotetico ritorno a servizi supersonici di linea, intanto che l’aereo militare da ricognizione SR-71 Blackbird con la fine della guerra fredda è stato avviato alla discarica insieme con la sua insuperata potenzialità di segnare Mach 3 sul tachimetro. Le “automobili volanti” o l’“elicottero in ogni garage” della futurologia anni sessanta sono rimasti sulle pagine ormai ingiallite di tale letteratura, come gli hovercraft destinati a rimpiazzare le navi sugli oceani del globo. Al massimo, abbiamo macchine che consumano un po’ meno, inquinano un po’ meno, sono un pochino più aerodinamiche. Ed arrancano tra un ingorgo urbano e improbabili limiti di velocità autostradali imposti dall’ossessione per la sicurezza che pervade le nostre società.

Ma parliamo pure della velocità delle trasformazioni storiche e tecnologiche, del “ritmo incessante” delle scoperte e delle innovazioni. Di cosa stiamo però davvero parlando? L’accensione della prima centrale a fusione nucleare era prevista per gli anni ottanta, e c’è voluto un consorzio di dieci nazioni primarie per arrivare solo oggi a baloccarsi con il “reattore sperimentale” noto come ITER; persino le infrastrutture ed il know-how richiesti dall’ipotizzato ritorno al nucleare da fissione nel nostro paese sembrano problematici da ripristinare. La “guerra contro il cancro” ha prodotto soprattutto un sacco di statistiche, che dimostrano che grazie alla diagnosi anticipata la vita media del malato si è allungata… perché prima i malati scoprivano di esserlo molto più tardi, e quindi non rientravano nelle statistiche. Il primo sbarco umano su Marte era stato annunciato con sicurezza per il 1982 all’atto dei primi passi di Armstrong e Aldrin sulla luna, a mente della tecnologia dell’epoca. Una tecnologia che del resto vi è da dubitare se non sia andata nel frattempo addirittura parzialmente perduta (!), a cominciare dall’incredibile storia dello smarrimento dei progetti del Saturn V, per finire con le difficoltà in cui oggi si arrabatta la NASA per riprodurre qualcosa del genere e conservare la capacità di portare uomini nello spazio senza dover ricorrere a tecnologia sovietica più o meno della stessa epoca della conquista lunare, dopo la fine dell’ingloriosa farsa degli Shuttle.

Già, le famose “navette”, il cui nome davvero “evocativo” ha ben sancito la decisione di farla finita anche nello spazio con uno spirito faustiano inammissibilmente neopagano simboleggiato anche dall’onomastica utilizzata all’epoca dei grandiosi progetti futuristi di von Braun: Mercury, Orion, Apollo, Saturn,… Navette tanto utili per la navigazione “sottocosta”, in orbita bassa, per sporchi servizi di tipo militar-commerciale concentrati e sostanzialmente limitati nel campo delle telecomunicazioni, o al massimo per rifornire il costoso bidone volante pomposamente battezzato Stazione Spaziale Internazionale.

In effetti, se parliamo di crescite esponenziali, solo ancora si difende la cosiddetta Legge di Moore, secondo cui densità e prezzo dei microprocessori sono destinati a variare inversamente del doppio ogni diciotto mesi. Ma anche qui la spremitura all’osso della tecnologia corrente comincia ad urtarsi contro ostacoli pratici, quali ad esempio l’incapacità di aumentare ulteriormente la frequenza di funzionamento del processore, così che il raddoppio della “potenza” teorica è ormai affidato alla moltiplicazione delle unità di calcolo presenti nel singolo chip, unità che cominciamo a non saper più come programmare in modo scalabile ed efficiente.

In campo culturale, veloce è il succedersi... dei revival, dei ricicli, dei ripescaggi di tutto quando è stato fatto, detto, pensato negli ultimi secoli, anzi, negli ultimi decenni. Anni Sessanta, anni Cinquanta, anni Settanta, tutto fa brodo, gli anni Ottanta sono ormai sicuramente in via di essere abbastanza “dimenticati” per prestarsi tra breve a fornire a loro volta un simulacro di novità per il consumatore o per l’intellettuale occidentale. Veloci sono ancora la progressiva disindustrializzazione delle nazioni già sviluppate e il succedersi di bolle finanziarie cui poco corrisponde in termini di produttività ed economia reale, il trasferimento di risorse umane come merci da una regione all’altra, il declino demografico, la disgregazione del tessuto sociale e delle identità linguistiche, etniche, politiche. Veloce è il degrado della ricerca fondamentale e della formazione, in special modo nel settore tecnoscientifico, nell’illusione che possa funzionare una società composta solo da banchieri, agenti di borsa, pubblicitari, consulenti, nonché dai domestici e stilisti di costoro.

Ma, nell’atto di compiere il gesto tanto poco futurista che consiste nella celebrazione del centenario del primo manifesto di Marinetti, poniamoci per un attimo in una posizione storica diversa, e consideriamo non il secolo che ci separa dal 1909, ma il secolo di cui tale anno effettivamente fatidico rappresenta simbolicamente il centro temporale: e che si stende pertanto, grosso modo, dal 1859 al 1959.

Un periodo pari a poco più di una vita umana, in cui sono stati concepiti o hanno visto la luce o sono stati scoperti i motori a combustione interna, la rivoluzione industriale, l’urbanesimo moderno, le grandi strutture in cemento armato, il grattacielo, i risorgimenti nazionali, tutte le avanguadie artistiche, tutte le rivoluzioni europee (salvo quella del 1789), il microscopio, il razzo, l’energia atomica, la teoria dell’evoluzione, la meccanica quantistica, la genetica, le mutazioni, il DNA, il calcolatore digitale, la colonizzazione e la decolonizzazione, la registrazione automatica e la trasmissione a distanza di testi, dati, suoni, immagini, la comunicazione di massa, gli agenti patogeni, i vaccini, gli antibiotici, la anestesiologia e chirurgia moderne.

Questa è velocità. Una velocità che anche letteralmente e fisicamente accelera nello stesso periodo di ordini di grandezza, e per cui qualcuno, ancora più avanti di quanto già andasse avanti il mondo, voleva «inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta attraversa la Terra lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita», un uomo avviato verso il superamento di sé e verso una trasformazione apertamente postumana. Una velocità che per chi ha avuto occasione di vivere tale periodo ha visto operarsi una rivoluzione vertiginosa, che non ha davvero uguali né in ciò che era ricordato prima, né in ciò che abbiamo conosciuto dopo.

Oggi, conosciamo certo “affinamenti”, ritocchi, implementazioni, messe a punto, razionalizzazioni. Televisori un po’ più grandi, materiali un po’ più leggeri e resistenti, trasmissioni a banda un po’ più larga, qualche mondo virtuale su Internet dove simulare ciò che non siamo stati capaci di compiere della realtà, il completamento un po’ in anticipo del Progetto Genoma. Realizzazioni certo importanti, ma che rispetto a quanto sopra ricordato qualcuno potrebbe considerare l’opera di nani ritti sulle spalle di giganti. D’altronde, non è questo ciò che il Mercato fa meglio, o anzi tutto quello che il Mercato è davvero in grado di fare?

Senonché, la società contemporanea, sempre più pervasa dal primitivismo, dal tradizionalismo museale, dal moralismo, dal neoluddismo, dall’ideologia “umanista” della decrescita e dell’ordine naturale e della conservazione dell’esistente, dopo aver strappato di mano il fuoco a Prometeo è rimasta con il proverbiale cerino in mano. Non ha il coraggio di buttarlo, è difficilmente in grado di spegnerlo. Scendere dalla tigre che i nostri predecessori hanno cavalcato rischia di rivelarsi una ricetta sicura per la catastrofe, o al meglio per una mediocrità eternamente decadente e senza soluzioni, in particolare per chi si pone anche il problema delle comunità, delle popolazioni e delle culture di cui si trovi ad essere erede. E d’altra parte non pare più in grado di cavalcarla, non ha più la volontà e la capacità visionaria per farlo.

In questo, ritornare allo spirito che ha animato il futurismo storico, immaginare un superamento in avanti della “modernità” esaurita che costituisce l’ultimo orizzonte del mondo attuale, continua a rappresentare l’unica alternativa in grado di restituire – al di là del miraggio cimiteriale, senile e piccolo-borghese di una “fine della storia” – un nuovo destino alle nostre vite, una nuova grandezza al nostro avvenire, che non può appunto che passare dal nostro rapporto con la tecnica.

Scriveva Spengler, sempre nell’epicentro del maelstrom di cui oggi continuiamo a parassitare le frange estreme: «È proprio dell’essenza della tecnica umana il fatto che ogni invenzione contenga in sé la virtualità e la necessità di nuove invenzioni, che ogni desiderio realizzato ne produca mille altri, che ogni trionfo sulla natura stimoli a trionfi maggiori. L’anima di questo animale da preda è insaziabile, la sua volontà non può mai essere soddisfatta; tale è la maledizione che incombe su questo genere di vita, ma anche la grandezza del suo destino. Riposo, felicità, godimento sono ignoti proprio ai più eccelsi esemplari umani. E nessun inventore ha mai preveduto con esattezza gli effetti reali della sua invenzione… In realtà, la passione dell’inventore non ha nulla a che fare con le sue conseguenze. Non importa che la sua invenzione sia giudicata utile o funesta, creatrice o distruttrice; e non importerebbe all’inventore quand’anche egli fosse fin dall’inizio in grado di saperlo. Ma nessuno prevede l’effetto di una “conquista tecnica dell’umanità” – senza contare che l’“umanità” in quanto tale non ha mai inventato nulla. … Riflessioni di questo genere hanno mai indotto un inventore a distruggere la sua opera? Chi lo crede, conosce male la natura predatrice dell’uomo. Tutte le grandi invenzioni ed imprese derivano dalla gioia che gli uomini forti risentono nella vittoria».

Che la forza di volere il futuro postumano che ci aspetta sia con noi; e che la “bellezza della velocità” ritorni ad invadere il mondo.